Seduto sotto la solita veranda,
ascoltando uccelli particolarmente petulanti,
realizzo che un altro inverno è passato,
mentre gemme di rose deflagrano da dure cortecce,
e io esplodo in fragorosi starnuti nebulizzati,
combattendo al fianco dei miei globuli bianchi.
Sono ormai anni che scrivo,
mi agito, sbuffo e dico: questo è l’ultimo post.
Poi un fatto, una gemma, uno starnuto mi sembra importante
da lasciare ai posteri, o al mio egocentrico me stesso.
Quando scrivo sono un altro, ed è inquietante.
Questa roba che erutta da dentro, pescando termini
sentiti chissà quando, chissà dove, chissà perchè,
non la domino. Sono posseduto dalla tastiera,
risucchiato e frullato in bit,
per essere dato in pasto
a ignari sconosciuti
o per essere beatamente o giustamente ignorato.
Spesso penso di uscire dall’anonimato,
ma ho paura che l’incantesimo si spezzi,
e che quello che ho dentro non esca più.
La barriera dietro al quale mi sono messo è parecchio confortevole,
e godo ad essere codificato in lettere,
senza avere l’alter ego in carne ed ossa.
Prendetevi il mio Io digitale,
il resto fa parte di un’altra vita:
quella reale, a volte banale.