Vivendo in un mondo caotico,
lavorando, studiando, vivendo a ritmi tecno
ma con un cervello che al massimo si muove a ritmo di valzer,
ogni tanto la fantasia cerca una via di fuga,
un pensiero che gli permetta di non scoppiare
imbrattando le pareti dell’ufficio.
L’idea dell’isola deserta.
La mia ha la forma plasmata dai racconti di Salgari e di Defoe,
dove palme e tempeste si accanivano sugli esseri umani ingegnosi,
rifinita dalle cartoline spedite dagli amici e poi dai viaggi fatti in giro per il mondo,
per arrivare a compimento nelle fantastiche spiagge primaverili,
deserte e profumate, assolate.
La voglia di fuggire è sempre presente, perchè il nostro mondo è pressante,
invadente, e spesso mi chiedo se ne vale la pena viverci affogati dentro.
Ultimamente, seduto su quegli scogli, mentre raccolgo lumachine di mare,
sentendo il solo rumore delle onde e dei miei respiri,
mi chiedo il perchè non possa vivere così.
Quando sono sott’acqua e guardo donzelle e ricci, orate e bocconi,
perchè non possa permettermi giornate così tutti i giorni.
Poi trovo la risposta.
Perchè non ne ho il coraggio.
Di rinunciare alle certezze acquisite,
alle comodità di una vita spesso preconfezionata,
alle responsabilità che ne creano altre,
ai possedimenti materiali che diventano il nostro totem.
Guardo spesso barche a vela, leggo racconti di gente che molla tutto e parte,
per una idea di vita che è cercare oltre i propri limiti e conoscenze.
Non ci vuole molto, economicamente.
Ma ha un costo incommensurabile:
la nostra vecchia vita.