La vita nel social network. (grazie a @FrancescoAbate)

Una chiacchierata con Francesco Abate sulla vita nei Social Network.

Unione Sarda del 17/10/2012 pag.21

La vita nel social network

Insopportabile: maître à penser con 40 mila adepti

La sua identità è segreta, mascherata da un nick: Insopportabile. Per il secondo anno consecutivo è salito sul podio degli Oscar di Twitter e spiega le regole di un social network.

Cos’è una Tweet Star? È un moderno opinion leader, un faro, un punto di riferimento nell’epoca del predominio, quasi dittatoriale, dei social network. Una TS ha così peso nella vita sociale e persino politica del paese (basti pensare che non c’è direttore di giornale, artista e politico che non abbia un profilo su Twitter) che si è arrivati a creare un Oscar. Il TweetAwards (o meglio #TA12) attribuisce primati e incorona i dominatori dell’era della comunicazione digitale. Così per il secondo anno consecutivo, questa volta per la categoria Food Lover, durante la serata di gala alla Settimana della Comunicazione a Milano, è stato elevato agli onori del podio il blogger cagliaritano Insopportabile .

Di lui si sa solo quello che ha lasciato filtrare dietro l’immagine di un avatar simboleggiante un implacabile occhio blu: è nato in città, ha superato i 40 anni, è sposato e fa l’ingegnere. Basta. Nulla di più. La sua vera identità è privilegio di pochissimi che hanno l’obbligo di non svelarla. Tanto che pur di non rivelare il proprio volto, per la seconda volta non si è presentato a ritirare il premio. Anche se lui dirà che in realtà aveva un valido impedimento, si sappia che ad oggi non si è presentato a nessun appuntamento pubblico. Ebbene, nonostante nella vita reale non lasci segno di sé, circa 40 mila persone lo seguono quotidianamente e interagiscono con lui nelle sue esternazioni (da Vendola a Casini per intenderci) considerandolo, a ragione, un maître à penser.

Intanto ci spiega perché 40 mila persone seguono quotidianamente ciò che scrive?

«Forse perché scorgono uno scorcio di una vita normale, per le notizie del giorno commentate diversamente, per il fascino della Sardegna, effetto passaparola o perché hanno tempo da perdere. Non saprei, sinceramente».

Tweet Star, le sta a pennello questo abito?

«Per nulla. Sono solo uno qualunque, che fa una vita qualunque. Essere star significa essere speciali. A meno che la normalità non lo sia diventata nel frattempo».

Perché celarsi dietro un soprannome? In realtà lo fanno in diversi ma lei ha veramente blindato la sua identità.

«Non è blindata, molti sanno chi sono. Il soprannome è un pretesto per essere giudicati solo per quello che si dice. Nei social network è enorme la voglia di stare al centro dell’attenzione, del puntarsi addosso l’obbiettivo della fotocamera: io preferisco puntare le parole».

Che cosa c’è dietro una sua esternazione? Quale motore la spinge?

«L’abitudine di cogliere aspetti minimi della vita, l’incipit di un articolo insignificante, un oggetto, una pietanza, una parola abbandonata in un angolo. Leggo news online dove fantastiche battute sono suggerite dal vero capocomico, il titolista. Seguo poi chi mi stimola a pensare o a giocare con le parole. Palleggio con le parole come a tweet volley. Passatempo, indignazione, voglia di capire. Non è un motore, ma un vento».

Da attento osservatore, invece cosa spinge chi sta su Twitter a twittare?

«La domanda forse è: chi sta su Twitter? Twitter è uno spaccato della società, con annessi, connessi e fessi. Possibilità di poter dire la propria a chiunque, famosi, non famosi, esprimere la propria voglia di comunicare o dare evidenza a quello che si fa per lavoro o hobby. La sintesi e la semplicità aiutano a comunicare in maniera diretta e precisa. Twitter è crudele. Chi non ha nulla da dire si autoelimina, travolto dallo sciacquone della banalità».

Ma insomma Twitter è una nuova ribalta per già noti o saranno famosi?

«Ribalta sì, ma i concetti della popolarità. Personaggi costretti a vestirsi di pochi caratteri, a esprimere concetti succinti, si mostrano nudi per quello che sono. Solo questo conta: quello che scrivi. E scopri devastanti ovvietà in sopravvalutati pensatori mainstream o fulminanti verità di filosofi da cameretta delle medie».

Dove inizia invece la patologia, la dipendenza?

«I social network sono un ritrovo comodo, come il bar. Sempre aperto e pieno di gente interessante con cui scambiare due chiacchiere o osservarsi da lontano. Se ci si diverte è difficile voler andare via: si sta quanto si può, poi si vive la vita di rapporti sociali,carnali. Ma le protesi digitali telefoniche hanno creato uomini social sempre connessi e vogliosi di comunicare: il rischio è quello di vivere per condividere senza avere più il gusto di fare qualcosa per se stessi o per le persone che ami. Il pubblico non guarda più il concerto, ma lo registra sul telefonino. Non più partecipe del momento, ma il poterlo condividere, commentarlo, archiviarlo. E la memoria dei ricordi diventa memoria collettiva digitale».

Perché i politici su Twitter? Lei ci dialoga ad armi pari e in molti la temono.

«I media tradizionali mostrano i propri limiti. I politici hanno capito che non è più necessario indire una conferenza stampa per una dichiarazione ma basta un tweet per diventare una bomba sul web. Il vantaggio è che non puoi essere travisato, lo svantaggio è che non puoi smentire te stesso. Ci dialogo, certo, ma non sono speciale. Tento di capire e avere risposte oneste. È facile per un politico essere simpatico, meno essere preciso nelle risposte. Messi in un angolo spesso sbroccano. Difficile che si torni indietro».

Perché le testate giornalistiche e i giornali su Twitter?

«I giornalisti cercano sempre più le notizie direttamente alla fonte, da chi vive la notizia. In occasione di eventi drammatici si è vista la potenza di Twitter. Ecco, l’evoluzione del giornalismo andrà alla ricerca delle news direttamente alla fonte: al giornalista rimarrà il compito importante della verifica della fonte e della scelta delle news importanti da privilegiare».

Qual è il vero potenziale dei social network che ancora non abbiamo capito?

«L’uomo è il vero potenziale. Il social netwok è strumento, che come tutti gli strumenti nuovi spaventa e viene guardato con diffidenza. Viviamo in un mondo dove il potenziale di conoscenza è a portata di click. Conoscere gli strumenti per potere serenamente farne a meno».

Ma ce la spiega la vera differenza fra Twitter e Facebook?

«Su Facebook puoi seguire solo le persone che accettando di condividere con te pezzetti della loro vita, tipicamente gli amici. Su Twitter segui il mondo e, se vuole, il mondo segue te».

Francesco Abate

UnioneSarda.it

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12 thoughts on “La vita nel social network. (grazie a @FrancescoAbate)

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