Eppur si muore.

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Periodo strano, questo. In un’Italia presa dalla scelta del proprio futuro lontano, tra un grigio presente, un imbarazzante passato,  e un rosso e prevedibile presente immediato, la mia vita fa i conti con cambiamenti molto più vicini e tangibili. Nuovo lavoro, fine del girovagare continuo, stabile residenza. Ho dato tanto nel lavoro in questi anni: in termini di impegno, innovazione, conoscenza. Ho raccolto poco, in questi anni, in termini di riconoscenza. Mi rimane il possente ricordo e la voluminosa esperienza umana e professionale che mi porterò dietro per la vita intera. Non è poco, forse è tutto.

A margine di questo i social hanno fatto da musica di sottofondo, esercizio quotidiano di socializzazione, strumento per il lavoro, fonte di conoscenza e spunto per nuove idee.

 

Qui ho capito tante cose. Spinti dal desiderio di comunicare, di evidenziare la propria esistenza, di esprimere il proprio essere in una seduta psicoanalitica in streaming, si è passati pian piano da una esperienza personale a un campionato di ego a squadre.

Il desiderio legittimo di essere diventa quello di essere il primo: in cosa non è importante, ma primo.

Ed è in questa stortura di visione che crescono uomini e donne disposti a tutto per emergere dalla propria insignificante presenza sulla terra, fino a falsare le regole per avere più attenzione e il riconoscimento della platea. Uomini e donne che non esitano a vendere il loro privato interpretando personaggi da triste macchietta di un film erotico di serie B. Ancor più deprimente è il plauso di tanti che ammirano le furbizie di questi edonisti di ritorno  con il ragionamento che se ce l’hanno fatta loro ce la posso fare anch’io.

In questa corsa al tweet d’oro, all’articolo ipercommentato, alla enumerazione con occhi a dollaro dei pageview mi rendo conto di quanto vent’anni di cultura incentrata sul culto della persona e del successo abbiano cambiato radicalmente la nostra società.

Ogni persona deve necessariamente lasciare un segno, altrimenti rimane depositario di un’esistenza inutile, anonima, da fallito.

Sempre più il chiasso di chi parla impedisce la comprensione di chi vorrebbe ascoltare, il volume aumenta, il socialcaos vive di se stesso e da un’alluvione di parole il risultato è solo uno smottamento di idee..

Ne faccio parte anch’io, di questo gioco.

Ma “forse l’unica mossa vincente è non giocare” [cit]

Eppur si muore.

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