Ditemi una cosa (una sola) per la Sardegna (e un motivo per restarci).

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Periodo complicato, questo. Frustrato da una situazione italiana urlata e poco concreta, imbarazzato per una politica regionale poco efficace, amareggiato per la percezione che ci vorrà almeno una generazione per cambiare l’Italia, mi faccio domande.

Se ha senso continuare a rimanere in Italia e in Sardegna a combattere una guerra dove non ci sono nemici ben identificati ma solo enormi danni collaterali.

Se non ha forse senso andare via e vivere una vita (l’unica che ho a disposizione) in maniera più gratificante e serena.

Ecco, queste domande in una domenica qualunque diventano una domanda su Facebook per le persone che mi conoscono e mi seguono: “Ditemi una cosa (una sola) per la Sardegna.”

Domanda volutamente generica, fatta per capire cosa della Sardegna colpisce forse solo per trovare un motivo per rimanere.

E allora sono arrivate decine di sollecitazioni. Distinzioni diverse soprattutto tra chi ci vive, in Sardegna, e chi ne fruisce da vacanziere.

La sensazione di vivere in un posto fuori dal normale, di valori profondi e di bellezza incomparabile ma di poche opportunità.

Sardegna quindi terra “Madre.” di SfigataMente SfigataMente, “Casa” di Cristina Battaglia o l’ “Aria” di Giulia Eremita.

Passando poi per “Profumo” di Rosa A PolaccoMarta Tovaglieri “Maldive scansateve” alle suggestioni commestibili di Fabio D’Uffizi “Cannonau”, di Francesca Spissu “Pane” e Gaia Giordani “Spaghetti coi ricci, carne di cavallo, culurgionis a tutte le ore.”

Sardegna quindi terra del “Vorrei ma non voglio” di Tiziana Tirelli o del “Bella e insopportabile” di Giuseppe Melis Giordano, “Speranza” di Gianluca Morino e alla sincera e terribile definizione di Mafe De Baggis “Troppa bellezza, poca autocritica”.

Ecco, terra di contrasti enormi: bellezza e opportunità ma con la presunzione che basti solo quello. Poca autocritica e poco senso di una progettualità comune, di una visione pragmatica che funga da traccia per progettare un futuro su un modello “Sardegna” senza tentare ancora e inutilmente di scopiazzare in maniera dannosa altri modelli.

Un marchio che esiste già ma non è purtroppo prodotto vendibile, emozioni e affezione che marchiano il turista ma con scarsa, scadente e cara possibilità di fruirne.

Credo fortemente che la Sardegna debba puntare su quello che la differenzia dal resto del mondo ma rimanere sembra essere come stare in trincea, aspettando strategie dai generali quando forse la guerra è finita da un pezzo.

Ecco, rimanere in queste condizioni, forse, non è la scelta più intelligente.

Perché passare sulla terra senza lasciare un buon ricordo non è buon vivere.

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