100.000 e uno blu. [grazie]

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Ricordo quel giorno in cui lessi sul Corsera un articoletto su Rania di Giordania e la sua scelta di comunicare su un nuovo social network chiamato Twitter. Io in rete ero già insopportabile (su un blog) e non ci pensai due volte: mi iscrissi.

Mi ci ritrovai immediatamente, quel limite di 140 caratteri per me era geniale. Ho sempre detestato chi si sbrodola addosso inutili parole. Da subito intercettai conversazioni e persone raccontando quadretti di me e della mia terra. Erano tempi in cui i media italiani neanche intuivano le potenzialità dei SN e la politica viveva di conferenze stampa.

Ricordo le prime amicizie, l’euforia per uno strumento che permetteva immediata interazione e condivisione con persone che neanche conoscevi, la facilità di creare forma e stile in assoluta libertà di sperimentazione. Le prime battaglie con gli hashtag, i primi tentativi di disciplinare le conversazioni, i primi cazzeggi organizzati a squadre.

Poi gli eventi commentati in diretta, il proprio parere influente quanto quello del giornalista popolare o anche più. L’apparente democrazia nel contare in quanto esistente.

Ricordo la prima manifestazione di solidarietà per la rivoluzione in Iran e la fascetta verde negli avatar (lì è nata la pupilla verde). Rilevare che i SN veicolavano l’informazione molto più velocemente di qualunque altro media.

Ricordo con enorme affetto i premi, quei due #tweetawards vinti quando erano snobbati dalla rete dei blogger “seri”, dati a uno che nessuno conosceva se non per le parole stringate che comunicava in rete.

Ricordo i primi giornalisti che capirono la potenza del mezzo, ricordo l’allegra strafottenza di alcuni nell’usare i contenuti dei social network per pubblicarli nei loro giornali protetti da copyright.

Ricordo le prime manifestazioni social attente alla cultura come invasioni digitali, eventi che hanno fatto capire come una infrastruttura digitale è strumento potente solo se supportata da una rete di persone.

Ricordo la notte bianca di twitter, nata per gioco e diventata un evento di portata nazionale.

Ricordo come una lettera aperta a un ministro è diventata pretesto per conoscerlo e spiegarsi meglio.

E poi il gioco del #sardolicesimo che diventò da subito racconto territoriale diverso dal trito e spesso comprato storytelling per diventare esempio potente di rete che racconta con amore il proprio territorio e la sua essenza.

E le decine e decine di persone conosciute in rete prima come punti di riferimento umani e professionali e poi diventate amici da frequentare nelle transumanze digitali.

Le tante occasioni in giro per l’Italia a raccontare l’esperienza di un modo di stare in rete che, in fondo, è il mio modo di essere nella vita.

Ricordo anche l’allegra spensieratezza e anche una moderata soddisfazione nell’essere seguito da ormai decine di migliaia di persone solo raccontando pensierini senza vendere nulla.

Ricordo tutto questo ma una cosa ha cambiato tutto. Il mio modo di vedere la rete, il mio modo di essere in rete.

Il 18 novembre 2013.

In quel giorno ho sentito come un macigno la responsabilità di dover fare qualcosa che andava fatto. Insieme a un pugno di persone abbiamo dimostrato l’utilità di uno strumento che fino a quel momento era visto come un giochino per snob annoiati senza applicazioni pratiche.

Quel giorno un’intera nazione si è stretta intorno alla disperazione della mia isola.

Ecco, non lo dimenticherò mai.

Perché la rete, da quel giorno, l’ho vista come un insieme di persone che possono fare la differenza, se solo lo vogliono.

Un insieme di persone che possono anche divertirsi senza per questo non saper essere seri, lavoratori, onesti. Una scenografia umana appoggiata su un contesto analogico che spesso è l’incipit delle nostre lamentele ma in fondo, senza, non saremmo italiani.

Un insieme di pensieri che ormai fanno parte della nostra vita, abitudini giornaliere che non alienano ma innescano altro pensiero, catalizzano incontri, diventano presupposti per nuove vie spesso imprevedibili.

Un numero non conta niente, davvero.

Conta la considerazione di quelle 100.000 persone che ringrazio davvero per avere, in questi anni, seguito uno che, in fondo, neanche conoscono.

Grazie da uno blu, gente 🙂

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6 thoughts on “100.000 e uno blu. [grazie]

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